Note storiche

  • 1335 Nomina del Comune

Scarellia è nominato come Comune in documenti comaschi, viene citato nella “Distinta dei pesi e delle misure” insieme con Colla e Certara, e con Sala, Cagiallo, Lopagno, Tesserete, Origlio, Redde, Bigorio, Vaglio, Sureggio, Ponte, Carnago e Villa. In realtà Scareglia doveva ancora essere parte della grande Vicinanza di Colla.
Nel XV secolo il “Comune” di Scareglia doveva essere effettivamente autonomo.


  • 1500-1600 Spostamento del nucleo

Nel XVI secolo, in seguito all’epidemia di peste, avvenne lo spostamento del nucleo abitato. La popolazione di Scareglia lasciò le proprie abitazioni di “Trevano” e le ricostruì dove ora c’è il paese, e in particolare dove sorgeva una piccola cappella, che è il punto in cui ora troviamo l’Oratorio di S.ta Maria della Neve.


  • 1591 visita pastorale di Mons. Feliciano Ninguarda

Per la visita pastorale di Mons. Feliciano Ninguarda, il “prete rettore curato della chiesa parrocchiale di Colla Giacomo de Tauris de Novasio, nel suo testo “stato personale”, indica: “(…) son tredici ville nella mia cura ma tal di queste non passano 4 fuochi (…) Da l’altra parte de Comazano puoi Trevano due Fuochi, Poi Scareia fuochi 19 lontan mezzo miglio. (…)”


  • 1617 Edificazione dell’Oratorio di Santa Maria della Neve

Si dice che sia stato edificato sul sedime di una antica cappellina, dove attorno al XVI secolo si costituì il nuovo nucleo del paese di Scareglia, spostato dagli abitanti in seguito all’epidemia di peste.
È stato probabilmente eretto nel 1617, come si può dedurre dalla data sull’arco trionfale.
Nel 1776 venne dichiarato “chiesa filiale e cappellania” della Parrocchiale di Colla, come per la Chiesa di S. Pietro a Certara.
Fino al 1900 l’Oratorio di Santa Maria della Neve era amministrato dalla Parrocchia di Colla, poi è stato affidato ad un’amministrazione nominata dai patrizi terrieri.
Nel 1922 vennero inaugurate e benedette le nuove campane, acquistate grazie all’aiuto finanziario dei benefattori Marta e Annibale Frapolli.
L’Oratorio ha un’aula rettangolare voltata a botte. Nel coro, voltato a crociera e ampliato nel XIX secolo, si trova una pala d’altare che raffigura l’Assunta, opera del XVII secolo.
Il portale e la cornice di finestra in granito del XVII secolo, così come la tela d’altare, erano definiti beni culturali cantonali, ma per decisione dell’Ufficio dei monumenti storici sono stati recentemente degradati a beni culturali di valore locale.
All’interno conserva un Ex Voto Per Grazia Ricevuta di Carlo Borini detto il Frate di Scareglia, 1874 Montevideo – America.


  • La leggenda della Madonna della Neve a Scareglia

<<Anche nella terricciola di Scareglia si celebra l’annuale sagra di Santa Maria della Neve che richiama una breve leggenda. La chiesuola di questo mio villaggio si eleva su di un pianoro trasformato in sagrato.
Le fate gentili d’allora si radunavano spesso su quel praticello, un tempo fatto di verde e fiori, per intesservi danze e combinarvi piacevoli incantesimi. Poi le fate scomparvero e al loro posto vennero gli uomini ch’eran divenuti malvagi. Sul dolce pianoro apparvero le malefemmine dalle zampe di capra e dal muso di faina e quella terra di verde e di fiori si trasformò in maledetta sterpaglia. Ma la Madonna vigilava con amore su quell’angolino di terra e, fugati gli spiriti dl male, la rifece fertile, fiorita e graziosa come un tempo. Le lepri bianche tornarono a brucare la tenera erbetta, tornò l’armonia degli uccelli e nuvoli di farfalle screziate si confusero tra i fiori e le erbe, in compagnia dei ramarri verdi e delle lucertoline brune. Anche la pastorella tornò giuliva al praticello a far pascolare il suo gregge. Di tanto in tanto la Vergine scendeva dall’alto a visitare il pianoro, intrattenendosi in colloqui cordiali con la giovane pastora. Fra così tanta armonia e tanto verde non tardò però a giungere la siccità; e allora venne il miracolo. In un’afosa giornata d’agosto, mentre uomini e bestie pativano per la grande caldana, una nube leggera e vaporosa si staccò improvvisamente dall’azzurro del cielo e, calatasi lieve sul pianoro, lo avvolse in un soffice manto di neve. In memoria di questo straordinario evento venne edificata sul pianoro la cappella di Santa Maria della Neve.>>

Scritta da Aldo Petralli nel 1964
(inserire foto pala d'altare chiesa Scareglia)

  • 1800 Suddivisione in Comuni politici e Patriziati

All’inizio dell’ ‘800 l’antica Vicinanza viene suddivisa in Comuni politici e Patriziati. In questo contesto i Patriziati si occupavano della gestione del territorio e dei boschi. I territori patriziali di Scareglia e Signôra costituivano un’unica entità.


  • 1849 La nota di Luigi Lavizzari

Luigi Lavizzari nelle note della sua “Escursione in Val Colla” del 30 settembre 1849, indicava:

“(…) Si percorrono i piccoli villaggi di Bogno, Colla, Signôra, situati nelle più remote parti della valle, donde si innalzano i monti che separano le terre ticinesi dalla Val Cavargna, alla quale conduce un alpestre sentiero per la gola di S. Lucio. Quindi, retrocedendo sulla destra del torrente, si toccano le piccole terre di Scareglia, Corticiasca e Bidogno. (…)”


  • 1864 Separazione dei Patriziati

All inizio del 1800 l’antica Vicinanza viene suddivisa in Comuni politici e Patriziati. Nasce il Patriziato di Scareglia, che è accomunato al Patriziato di Signôra. Nel nuovo contesto il Patriziato si occupa della gestione del territorio e dei boschi.
La proprietà patriziale è rimasta in comune con Signôra fino al 1° luglio 1864, quando un Istromento dell’avvocato Magatti sciolse la promiscuità tra i due nuclei. Questo scioglimento era stato ufficializzato per decisione assembleare del Patriziato di Scareglia
il 17 luglio 1863, mentre gli allora patrizi di Signôra decisero analogamente il 23 luglio dello stesso anno.
Il comprensorio del Patriziato di Signôra venne acquistato nel 1927, all’incanto, dal Consorzio dell’Alto Cassarate.
Il Patriziato di Scareglia, con la cessione delle sorgenti al Comune, ha assicurato alla popolazione l’approvvigionamento idrico.
Negli anni ’30 il Patriziato esegue numerosi ed importanti lavori, come l’acquedotto nella zona patriziale, le fontane e i canaloni per la deviazione dell’acqua.

Nel 1955 effettua il taglio del bosco Coloreto e nel 1971 quello del bosco a Piodè.


  • 1886 L’ultimo orso catturato

Nel 1808 venne emanato un decreto cantonale per combattere le bestie feroci. Nel decreto era fissato il compenso per la cattura della bestia, 50 lire di Milano per un orso, 30 per un lupo.

“Una mattina sulla fine del mese di ottobre dell’anno 1886 (in quell’anno la caccia era ancora bandita da quasi 10 anni in tutta la zona della Val Colla) partiti presto come di solito, verso le tre, per portarmi in alto. Il tempo era brutto, nebbioso, e piovigginava, di una pioggerella fredda e quasi ghiacciata. Giunto ai monti sopra il paese di Scareglia trovai anche un leggero strato di neve, (…)”

Inizia così il racconto di tale Fortunato Campana, cacciatore oltre che buon bracconiere, che fino a tarda età si recava con il suo cane sui monti della valle. In una lettera inviata a Oscar Panzera in data 18.6.1963,ora conservata al Museo di storia naturale di Lugano, Emilio Campana di Maglio di Colla descrive dettagliatamente il racconto fattogli personalmente dal cacciatore Fortunato Campana. Viene descritta l’uccisione di un piccolo orsacchiotto sui monti di Scareglia nell’ottobre 1886.

Fortunato Campana ricevette, come previsto dalla legge di allora, 200 franchi come premio per aver ucciso l’orso. D’altra parte gli vette applicata una multa di 80 franchi per aver cacciato in tempo e zona di bandita.

Il 9.3.1909 “Popolo e Libertà” riportò l’avvistamento di due grossi orsi presso la chiesa di Colla, si tratta dell’ultima notizia riguardante la presenza dell’orso in Val Colla.

Uno degli ultimi esemplari di orso abbattuto a Scareglia lo si può osservare presso il Museo di Storia Naturale di Lugano.


  • 1886 Nascita della Società Mutuo Soccorso San Giuseppe Scareglia

Questa associazione è originariamente nata a Parigi, a fine ‘800, con la denominazione di “Società liberaux de la Valcolla”. Aveva lo scopo di aiutare i lavoratori che vi erano iscritti, in caso di malattia, infortunio o morte. Fu poi trasferita in Val Colla da alcuni emigranti.

Nel 1904 dopo un periodo di inattività e con i soci rimasti quasi tutti di Scareglia, venne ricostituita con il nome di
“Società Mutuo Soccorso S. Giuseppe, Scareglia”.

A seguito dell’introduzione della Legge cantonale sull’Assicurazione Malattia è venuto a meno il compito originale di questa associazione, che ore svolge attività a carattere ricreativo e a favore della popolazione.



  • 1850 Emigranti in terre lontane

L’esodo degli abitanti di Scareglia ma più in generale dell'intera Val Colla, sia come lavoratori stagionali che come emigranti oltremare, è stato fortissimo e ha influito pesantemente sullo sviluppo della valle, portando via la maggior parte delle forze vitali e spingendo di conseguenza i villaggi sull’orlo dell’esaurimento demografico.

L’emigrazione stagionale.
Era praticata in particolare dai calderai ambulanti, i “magnàn”, che per secoli percorsero le strade d’Italia e d’Europa con la loro forgia, per fabbricare e riparare recipienti di rame.
Le zone di attività furono in particolare la Brianza, Como, Varese, Legnano, il Milanese e il Piacentino, dove ogni magnano aveva il suo giro. Tra di loro comunicavano in gergo, il “rügin”, comune anche ai magnani della Val Cavargna.
Da documenti storici si rileva che già nel 1591 150 uomini della Val Colla erano “fuori a fare il magnano”; mentre nel 1853, durante il “blocco austriaco”, furono espulsi dall’Italia e costretti a ritornare in Ticino più di 300 “Colèta”.
L’emigrazione periodica o stagionale era praticata soprattutto in Italia, Francia e Inghilterra, e dopo la prima guerra mondiale anche in Svizzera interna, oltre al magnano questi lavoratori stagionali svolgevano molti altri mestieri: chi il fumista o il carrettiere, il muratore, il manovale, il gessatore o l’imbianchino, il segantino o il falegname, il cuoco o l’albergatore, il cameriere, il barista o lo sguattero, lo straccivendolo, lo sterratore, il domestico, il vaccaro, l’ombrellaio, … sempre con tenacia e impegno.

L’emigrazione permanente.
Nell’ ‘800 e nei primi decenni del ‘900 vi fu una grande emigrazione verso le Americhe, nelle segherie di California, nelle foreste del Montana, in Argentina; ma anche sui cantieri di Lione o negli alberghi di Londra, alla ricerca dell’oro in Australia, ma anche in Italia e nelle grandi città svizzere.
Così commenta Eligio Pometta una lettera dell’emigrante Giacomo Ceresa del 1855: “La causa della partenza del valcollino dalla terra natia, cotanto amata è il troppopieno, il superfluo di braccia, l’eccesso della popolazione (…)”
Questa emigrazione ha avuto delle conseguenze pesanti sullo sviluppo della Val Colla.
Si calcola che dal 1860 al 1900 emigrarono oltremare dalla Val Colla almeno 1200 persone, e 600 fecero altrettanto tra il 1900 e il 1940.



Sopra
: Pasquale Gianini e familiari (Sig. Giovanni Boscacci sdraiato, Sig. Angelo Gianini con i pennelli in mano), imbianchini di Scareglia a Parigi

Fotografia di proprietà di Fabio Rossini

Sotto: Emigranti di Val Colla negli Stati Uniti, probabilmente a St. Louis, 1925.
In piedi da sinistra: Gianni Moresi di Signora, Rinaldo Campana di Piandera, Boscacci di Scareglia.
Seduti da sinistra: Pietro Moresi di Signora, Giosuè Campana di Piandera.




  • 1900 Gestione del bosco

Alla fine dell’ottocento la Val Colla dovette far fronte a un grande problema, i boschi erano quasi del tutto scomparsi. Le piante di abete, larice, faggio e castagno, che costituivano la maggior parte del patrimonio forestale, erano state tagliate.

“Causa il vandalico modo in cui i nostri padri abbatterono quei magnifici boschi di alberi resinosi che coronavano e consolidavano quel terreno che ora così facilmente frana, tutta la bella corona di monti, specie sulla riva destra, è affatto denudata”. (tratto da “L’agricoltore ticinese”, 1891)

I
l taglio indiscriminato aveva dapprima portato un po’ di ricchezza alla valle, grazie ai profitti delle vendite del legname. Ma poi, a poco a poco erano venuti alla luce grossi problemi.
I terreni diventarono sempre più aridi e il terreno veniva eroso più facilmente dalle precipitazioni. Era cresciuto così il rischio di alluvioni e frane, che distruggevano le campagne e mettevano in pericolo i villaggi. Inoltre veniva a mancare quella risorsa indispensabile che era il legno, per scaldare e cucinare, per costruire tetti, mobili, oggetti, ecc. E si era rimasti senza i frutti del castagno, che offriva allora il cibo necessario alla sopravvivenza.

“Venendo a subire gli immensi danni cagionati da tale distruzione delle foreste, scorgendo gli innumerevoli franamenti di quegli ubertosi pascoli, gli alpi in deperimento e perfino i villaggi in pericolo, gli abitanti riconoscono finalmente l’importanza di rimboscare le loro montagne”. (tratto da “L’agricoltore ticinese”, 1891)

I
nfatti già dieci anni prima, nel 1881, era stato messo in opera il primo progetto forestale per risanare il territorio. Poi ne seguirono altri, con investimenti considerevoli. Oltre a migliorare il terreno, si erano venuti a creare numerosi posti di lavoro in valle. Si trattava di lavori imponenti che ancora oggi si possono individuare, seppure in parte coperti dalla vegetazione. Per esempio in Val Caurga, lungo il torrente che dal rifugio di Piandanazzo scende verso Scareglia. Sono state colmate le frane, imbrigliati i torrenti, piantati alcuni milioni di alberi.

Nel 1886 l’annuario del Club Alpino Ticinese pubblica un articolo di Attilio Lenticchia, “Alcune notizie scientifiche della Val Colla”:
“Nessuno ignora i danni gravissimi che ha prodotto, specialmente alla stabilità del terreno e all’agricoltura, la vandalica distruzione delle foreste alpine, consumate dai nostri padri per mania di lucro o per inesperienza. Spetta alla presente generazione di rifare pel bene comune ciò che venne distrutto per il passato. È un’opera che richiede perseveranza e un po’ di abnegazione. Però se quei montanari riflettessero che i terreni rimboscati, di cui essi forse non godranno alcun frutto, costituiscono invece una vera e propria cassa di risparmio dove vengono naturalmente accumulati tutti gli interessi annuali, dovrebbero essere felici pensando che, mentre compiono un’opera patriottica, i figli riceveranno in patrimonio, invece di aride rupi, di magri pascoli, boschi vigorosi che avranno quintuplicato il valore del terreno.”


A sinistra la Val Caurga, appena sopra Scareglia, nel 1923. A destra la stessa valle nel 2000. Si noti il fitto rimboschimento.


Tra gli anni '30 -'35, in zona Barchi, per prevenire l'erosione e lo smottamento del terreno causato dall'acqua, si realizzarono tre canali che convogliavano il flusso d'acqua impedendone così il danno. La spesa complessiva pagata dal Patriziato ammontò a 10000 CHF.

Nella fotografia qui accanto è possibile riconoscere nel terzetto di sinistra l'Ing. Alberto Forni CVC, il sotto ispettore forestale cantonale sez. Monte Baro Angelo Moruzzi e il guardiano del rifugio di Piandanazzo Vincenzo Galfetti.

Nella coppia di sinistra invece riconoscibili le figure di Rino Reali e Pietro Frapolli, Imprenditori.

Fotografie Ing. Alberto Forni, archivio CVC


  • 1920 Costituzione Cassa Assicurazione Bestiame Bovino

La Cassa Assicurazione Bestiame Bovino è stata istituita nel 1920 ed aveva sede a Scareglia.
Vi partecipavano, oltre a Scareglia, anche i comuni di Insone, Piandera e Signôra.
A causa della mancanza di bestiame è stata sciolta nel 1966/67 e incorporata nella Cassa assicurazione del Circolo della Navegna.
Per il medesimo motivo e nello stesso periodo, si sciolse anche il servizio di monta bovina definito Consorzio del Toro, con sede a Scareglia.


  • 1931 Inaugurazione scuola

Nel 1931 il comune di Scareglia costruì un nuovo edificio scolastico. Un avvenimento eccezionale in una valle dove c’erano pochi mezzi finanziari e dove molti abitanti erano costretti ad emigrare per trovare lavoro.
Il nuovo edificio è stato costruito grazie al lascito dei signori Marta e Annibale Frapolli, che avevano fatto fortuna nel settore alberghiero in Svizzera interna.I coniugi Frapolli erano rimasti molto legati al paese e già nel 1922 avevano dato i soldi per acquistare le campane della chiesa.
Avrebbero addirittura voluto fare la strada che collegava Maglio di Colla con Scareglia e arrivare con l’automobile direttamente davanti alla scuola… Ma ci furono varie opposizioni, specialmente da parte di chi coltivava i campi che sarebbero stati distrutti dalla strada.
Annibale Frapolli riuscì a vedere l’inaugurazione della scuola e morì qualche mese dopo. Il giorno dell’inaugurazione ci fu una festa particolare con la presenza dell’ispettore scolastico Isella, delle autorità e del progettista Moccetti.
La scuola è stata in funzione fino al 1952. Inizialmente vi insegnò il maestro Pasquale Quirici, fino al 1948; poi il maestro Aldo Petralli, fino al 1952.
Più tardi, dal 1968 al 1978, vi si insediò una pluriclasse di allievi delle frazioni alte della Val Colla.
Dal 1978 tutte le classi elementari vennero trasferite nel centro scolastico di Maglio di Colla.

Nella fotografia: il maestro Pasquale Quirici con la classe del 1931-32


  • 1935 Ristorante Centrale

I coniugi Enrico e
Angiolina Frapolli aprirono l'unico ristorante del paese, gestendolo sino agli anni '70. Da allora il Ristorante Centrale non ha più ristorato nessuno.
Oggi, a mandare avanti la tradizione ristoratrice è un altra famiglia Frapolli, che da alcuni anni a questa parte ha aperto il Grott dal Galett sempre a Scareglia.



Nella fotografia: Nives Lucca nata Frapolli, Enrico Frapolli, la moglie Angiolina, Lidia Gianini, Delfina Gianini e Pasquale Gianini



Nella fotografia: l'ultima patente d'esercizio pubblico rilasciata a Enrico Frapolli nel 1971


  • 1940-43 Costruzione della strada

Per ovviare all’isolamento dei villaggi della Val Colla, rispetto al fondovalle e ai centri urbani, il 6 aprile 1853 il Consiglio federale concede un credito per la costruzione della “Strada di Val Colla”, da Tesserete a Maglio di Colla.
Negli anni 1853-1856 viene realizzata la “Strada Bassa”, lungo la riva destra del fiume Cassarate, con il tracciato Tesserete – Oggio – Molini di Piandera – Maglio di Colla. Prolungata negli anni 1881-1884 fino a Bogno.
Le altre tappe della realizzazione della rete stradale in valle seguirono molto più tardi. All’inizio degli anni ’30 i villaggi di Corticiasca, Insone, Scareglia, Colla, Cozzo, Certara, Cimadera e Piandera erano ancora isolati, raggiungibili solo su piste e sentieri montani, a non meno di mezz’ora di cammino dalla strada carrozzabile del fondovalle.
Negli anni 1935-1938 ci furono i lavori per l’allacciamento della strada con i villaggi della sponda sinistra del Cassarate: Piandera, Cimadera e Certara.
Negli anni 1938-1940 viene prolungata la strada da Bogno verso i villaggi di Cozzo e Colla.
Il villaggio di Scareglia viene allacciato alla rete stradale più tardi:
nel periodo 1940-1943 si costruì la strada che portava da Colla verso Signôra e Scareglia, e solo nel 1953 l’ultimo troncone, Bivio di Insone – Scareglia, che permise al villaggio di collegarsi con la carrozzabile verso Corticiasca – Bidogno – Tesserete, così da terminare quella che è chiamata la “Strada Alta”, e completare la “Strada circolare della Val Colla”.
Nonostante che le caratteristiche fossero quelle di una strada di montagna, l’intero tracciato ha assicurato il pendolarismo quotidiano su Lugano, già speranza di freno allo spopolamento della valle.


Fotografie dei Fratelli Brunel, dalla collezione dell'Avv. Giovanni Pozzi e dell'Ing. Alberto Forni, archivio CVC


  • Il Corpo Pompieri

Un tempo la Val Colla contava diversi corpi pompieri, distribuiti nei comuni di Insone, Scareglia, Bogno, Certara e Cimadera.
Nel comune di Scareglia il corpo pompieri era costituito da otto militi e il comando era affidato a Carlo Petralli.
Il deposito si trovava nella ex casa comunale e l’attività era circoscritta al villaggio di Scareglia.
L’esistenza di un corpo pompieri solo per il paese era giustificata dal fatto che a quell’epoca non esisteva un collegamento stradale per gli spostamenti degli automezzi, e ognuno doveva in pratica pensare per sé.
L’attrezzatura in dotazione si limitava a due cadole con 150 metri di tubi in canapa, una colonna e due lance. L'uniforme era unica, formata da pantaloni e tunica, cinturone da lavoro e strumento da pioniere.
L’attività era relativamente modesta, si tenevano sei esercitazioni come da regolamento cantonale, ma con enormi difficoltà di reclutamento di militi.
Dopo la fusione dei comuni è stato fondato il Corpo Pompieri Valcolla, in attività il 1° gennaio 1958 fino al maggio 1983, con un modesto magazzino a Scareglia.


Nella fotografia in piedi da sinistra: Comandante Aurelio Rossini, Pompiere Gianni Frapolli, Vice Comandante Pierino Petralli, Appuntato Claudio Strepparava, Caporale Moreno Petralli, Pompiere Giambattista Frapolli, Pompiere Massimo Radice, Caporale Erico Frapolli, Pompiere Gian Mario Petralli, Pompiere Giuseppe Petralli.

Seduti da sinitra: Appuntato Marco Strepparava, Furiere Paolo Berini, Pompiere Armando Campana, Pompiere Silvano Campana, Appuntato Erico Petralli, Pompiere Fabio Rossini, Pompiere Erminio Ghidoni, Pompiere Angelo Petralli, Pompiere Enrico Bettoni, Appuntato Gianfranco Campana


  • Il Carnevale

Ogni paese della Val Colla, in occasione del carnevale viveva uno stato di attesa coronato da preparativi, riunioni e discussioni animate che venivano portate avanti in gran segreto. Si costituiva un comitato, composto per la maggior parte di giovani e di adolescenti, che aveva il preciso incarico di preparare ed organizzare per il gran giorno.
La mattina del giorno fissato tutti si alzavano prima del solito e la gente sulla piazza attendeva che, dal camerino improvvisato, uscissero le maschere in solenne corteo.
A Scareglia una persona non mascherata apriva la strada al corteo, mentre un’altra suonava il corno per annunciare l’arrivo delle maschere.

“denanze a tücc sénza máscura, al gh’éva sciá anca n bastón con sü quatro o cinch campanéi ch’al sighitava a soná per fass sentí e pö i sonava anche l’còrne: póo póo póo!, per fá sentí che i máschera i rivava, perchè ormái i país i a passava a ün a ün, i a cribiava da scima a fónde”.

[davanti a tutti senza maschera, aveva anche un bastone con su quattro o cinque campanelli che continuava a suonare per farsi sentire, e poi suonavano anche il corno, póo póo póo!, per far sentire che le maschere stavano arrivando, perché ormai i paesi li passavano ad uno ad uno, li setacciavano fino in fondo]

Davanti venivano gli sposi. Abito nero, guanti gialli e cilindro in testa per lo sposo, mentre accanto a lui la sposa, tra trine e merletti, faceva solitamente fatica a reggersi sulle scarpe dai tacchi alti, ben lucidate e prese chissà dove. Dietro seguivano gli altri: il sindaco, il dottore, l’avvocato, il cuoco, il cameriere, il barbiere, la vecchia con la gerla e gli invitati, spesso personaggi tutt’altro che graziosi, che non mancavano di incutere una certa paura ai più piccoli.

“I s vestiva da dòna, i s vestiva da infermiée, da diavul, con marsinascia e capelásc, i fava pròpi sénso; qui de Scarèa i gh’éva i máschera che i fava sü ló, cui öcc róss, vérde e négre e facia de tütt i sgenerazión”.

[Si vestivano da donna, si vestivano da infermiere, da diavolo, con marsinacce e cappellacci, facevano proprio impressione; quelli di Scareglia avevano maschere che confezionavano loro, con gli occhi rossi, verdi e neri e facce di tutti i tipi]

Il corteo, prima di partire, salutava il paese con danze e scenette, a volte accompagnate dal suono di una fisarmonica. Finito questo si dirigeva in un altro paese e sulla piazza si dava vita a scenette burlesche nelle quali erano coinvolti tutti i personaggi. La gente del paese visitato, riunita sulla piazza, applaudiva e offriva alle maschere prodotti locali e di giornata. Un ringraziamento semplice che le maschere accuratamente mettevano nella gerla della vecchina. Subito dopo ripartivano, e così per ogni paese fino alla sera, quando questi bizzarri attori facevano ritorno alle loro case. Il carnevale terminava generalmente con un grande falò, la “camana”.
Il mattino prestabilito i giovani salivano presto sui monti, e lì tagliavano un abete che portato al piano veniva piantato nel terreno. Attorno a questo palo ognuno poneva una fascina o un pezzo di legno. Alla fine l’opera, la “camana”, si presentava come un grande cono che dall’alto di un poggio stava a guardare la valle. In cima veniva messa la testa del carnevale che la sera, quando si dava fuoco, bruciava con tutto il resto. E quando a notte inoltrata le grida e la danze si spegnevano, rimaneva la testa del carnevale che penzolava dal palo ormai carbonizzato.
Questo falò chiudeva il carnevale, bruciava tutto ed era come un invito a prepararsi per la Quaresima, era come un gesto di purificazione
.


  • Scareglia, il nuovo comune, fusione del 1956

A inizio ‘800 vi fu un’importante riorganizzazione, con la nascita dei Comuni e dei Patriziati in sostituzione delle Vicinanze.
Nel 1906 il Gran Consiglio ticinese discuteva il progetto di legge sulla costituzione di nuovi Comuni:

“È vivo il bisogno e profondamente sentito dai centri di estendere il troppo angusto territorio oramai insufficiente al razionale impianto di pubblici servigi; ma non è meno sentita la necessità da parte di Comuni e frazioni di Comuni delle nostre campagne di raggruppare le loro membra disperse e costituirle in un organismo più forte e vitale, capace di fronteggiare con successo le scabrose esigenze della vita (…) le forze riunite di questi enti farebbero la fortuna avvenire e l’utile di tutto il Paese.”

(tratto dal verbale del Gran Consiglio, 26 giugno 1906)

Si notano in queste frasi alcuni elementi sui quali si fonda ancora oggi la politica di riforma degli enti locali in Ticino, in particolare il riordino territoriale delle periferie, con la costituzione di nuovi enti che sappiano guadagnare in forza e vitalità per far fronte a nuove sfide e a modelli che non sono più in grado di rispondere alle aspettative dei cittadini.

Nel 1945 viene approvata la Legge sulla fusione e separazione dei Comuni. In seguito nei primi anni ’50 una prima idea di aggregazione era partita da alcuni sindaci della Val Colla.

Il 27 settembre 1955 il Consiglio di Stato invia ai Comuni un messaggio per decidere sul progetto di fusione, prospettando varie soluzioni. Pur essendo palese che quella migliore e più razionale sarebbe stata la creazione di un unico comune, non mancarono gli ostacoli e le opposizioni, specialmente da parte dei comuni di Bogno, Certara e Cimadera.

Il 13 novembre 1955 si tennero le Assemblee Comunali dei 5 comuni favorevoli alla fusione ossia Colla, Insone, Piandera, Scareglia e Signôra. Si trattava di una votazione consuntiva e il responso fu ampiamente positivo.
A Scareglia: 21 favorevoli, 5 contrari, 2 astenuti.

Il 15 ottobre 1956 il Gran Consiglio approva il decreto sulla fusione dei Comuni di Colla, Insone, Scareglia, Signôra e Piandera, in funzione della creazione di un nuovo Comune denominato “Comune di Valcolla”, con sede a Signôra ed assegnato al Circolo di Sonvico.

Il 28 ottobre 1956 si tenne al Maglio di Colla l’Assemblea Costituente del Comune di Valcolla per l’approvazione del nuovo regolamento comunale. Quel giorno segnò la nascita del Comune di Valcolla.

Il 9 dicembre 1956 ci furono le prime elezioni comunali.

Il 1° gennaio 1957 entrò in funzioni il Municipio e il 20 gennaio si tenne la prima seduta del Legislativo.

Nel giugno 1960 il Comune di Valcolla ha adottato come stemma comunale quello del già Comune di Piandera.


  • 1973 L'incendio della Valcolla

Dopo un periodo particolarmente secco e privo di precipitazioni, il pomeriggio del 4 dicembre 1973 nelle vicinanze del villaggio di Bogno, per cause ancora oggi incerte, scoppiò un pauroso incendio che salì lungo i fianchi del Monte Gazzirola.

Durante la notte tra il 4 e il 5 dicembre, favorito da un forte vento, si congiunse con un secondo incendio partito nelle vicinanze di Cozzo la sera del 4.

L’incendio si estese poi a tutto il versante destro della Val Colla e venne spento definitivamente il 7 dicembre.
È stato uno degli incendi più estesi capitati in Ticino, con una superficie bruciata di ca. 1600-2000 ha tra pascoli e boschi, distruggendo le piantagioni del Consorzio Alto Cassarate, frutto dell’opera di almeno due generazioni di forestali. Fu un evento di tale ampiezza che ha oscurato per tre giorni il cielo del Luganese.


  • Personaggi Celebri

Francesco Frapolli, Giovanni Frapolli

Fra i molti artisti ticinesi emigrati in Russia nei secoli passati si distinsero questi due architetti di Scareglia. Furono attivi nella vecchia città di Odessa, nella Russia zarista. Tra il 1804 e il 1819 progettarono case, ospedali, teatri e cattedrali.


Lodovico Frapolli

Nato a Milano il 23.3.1815, originario di Scareglia, abbandonò la carriera militare per laurearsi, a Parigi, in ingegneria mineraria. Di mentalità cosmopolita, viaggiò molto, specialmente per motivi di studio, in Francia, Germania e Svezia.
Prese parte ai moti risorgimentali italiani del 1848 e alla Repubblica romana, compiendo missioni a Parigi.

Nel 1849 venne espulso dalla Francia e chiese rifugio al Ticino, ottenendo la cittadinanza svizzera grazie alle origini della famiglia vi rimase fino al 1853.
Fu collaboratore di alcuni giornali liberali ticinesi e confederati.
Promosse la costruzione della strada della Val Colla, si interessò alla creazione del liceo cantonale e di questioni ferroviarie.
Dal 1860 al 1874 fu deputato alla Camera italiana e incaricato di missioni diplomatiche e militari.

Nel 1864 contribuì alla costituzione del Grande Oriente d’Italia, di cui fu uno dei massimi dirigenti.


La sua famiglia è originaria di Scareglia, in Val Colla. Da ragazzo vive a Milano, in famiglia benestante, e frequenta personaggi come Alessandro Manzoni, amico del padre. Diventa ufficiale dell’esercito austriaco (Milano era allora sotto il dominio dell’Austria) e nel 1841 si reca a Parigi per studiare geologia alla “École des mines”. Ottenuta la laurea di ingegnere minerario, gira l’Europa per realizzare carte geologiche e ricercare giacimenti da poter sfruttare.

I suoi studi si concentrano soprattutto nella regione della Sassonia, a Nord della Germania. Nel 1847 pubblica - sul Bollettino della Società Geologica di Francia - una carta geologica di questo territorio collinare, dove si trovano numerosi affioramenti di rocce contenenti gesso.

Frapolli fu discepolo del naturalista Alexander von Humboldt, da molti considerato un genio universale per il suo sapere enciclopedico. Così, in una sua pubblicazione, gli rende omaggio: “Alexandre von Humboldt ha avuto la bontà di incoraggiare le mie povere ricerche, grazie a lui ho potuto ottenere i piani con i quali ho potuto eseguire il tracciato della carta, grazie alla sua magica protezione e al suo nome venerato e onnipotente, sono stato accolto dappertutto.”

Nel 1848 rientra in Ticino, come si legge sul giornale Gazzetta Ticinese di pochi anni dopo. “Il sig. Frapolli è cittadino svizzero-ticinese. La sua famiglia, come molte altre, era emigrata ne’ tempi antichi dalla Valle Colla nella Lombardia. Nell’agosto 1848, il sig. Frapolli, che aveva rappresentato la Repubblica Romana a Parigi, ritornò nel Ticino ed ivi si legittimò colle proprie carte d’origine e fu riconosciuto cittadino ticinese tanto dal Governo del Cantone quanto dal Consiglio Federale. Frapolli è un naturalista non ignoto, e come tale è in corrispondenza col sig. Alessandro de Humboldt.”
Va detto che Lodovico fu espulso dalla Francia per aver partecipato ai moti rivoluzionari.

In Ticino non si occupa più di mineralogia, ma si lancia in politica, collaborando con molti personaggi del Risorgimento italiano. Sappiamo che ebbe contatti con Mazzini, Garibaldi, Cavour e Carlo Cattaneo. Collabora con la Tipografia Elvetica di Capolago, da dove venivano stampate e poi inviate in Italia le opere clandestine dei patrioti che volevano fare la Nazione Italiana. È grande amico di Carlo Battaglini, importante uomo politico di Cagiallo, e come lui promuove la strada della Val Colla, poi realizzata nel 1853 per dare lavoro ai Ticinesi espulsi dalla Lombardia. Molti di questi erano originari della Val Colla e lavoravano a Milano e dintorni specialmente come magnani.

Lodovico Frapolli fu coinvolto nel lavoro per l’organizzazione delle scuole ticinesi (liceo di Lugano e ginnasi) dopo la riforma del 1852. Se ne parla in un interessante articolo apparso sul Bollettino Storico della Svizzera Italiana, volume CXIII, del 2010.

Nel 1853 Lodovico Frapolli fa ritorno in Francia, dove riprende a lavorare su vari progetti di ferrovie e di industrie, ma mai si stacca dall’impegno politico. Raggiunge Garibaldi in Sicilia e con lui contribuisce ai moti che portarono all’Unità dell’Italia nel 1861.
Dal 1860 al 1874 è deputato alla Camera italiana e svolge missioni diplomatiche e militari. Assume un ruolo di primo piano nella massoneria italiana.



Lodovico Frapolli muore suicida a Torino il 25 aprile 1878.

  • Le Fornaci

“Deve il cercatore stare atento quando si fanno cociare le fornacie della calcia a Somvico, Villa, Cadro, e Davesco, per andare a ciercarne se fa di bisogno per il convento.” Questa frase è trascritta da un testo del 1845, precisamente un libretto nel quale il frate questuante (fra Cercòtt) del convento del Bigorio si era annotato i paesi dove andare per la questua. Raccoglieva così alimenti e prodotti necessari alla vita dei frati. Tra questi la calce, che veniva cotta nelle fornaci della vicina valle del Cassarate, proprio nei paesi che stanno sotto ai Denti della Vecchia.

Ma cos’è la calce?
È un prodotto, come una polverina di color biancastro, usato nell’edilizia. Mischiata con la sabbia può servire da intonaco (viene distesa sui muri come protezione o come colore) o da malta (per stabilizzare i muri in pietra, la si mette per esempio tra un sasso e l’altro). La calce ha però anche proprietà di disinfettante e allora può essere usata in agricoltura, per esempio per trattare gli alberi da frutta. Nei secoli passati veniva spalmata sulle pareti perché servisse come disinfettante, per esempio durante le epidemie di peste.

Da dove viene la calce?
La calce si ottiene attraverso la cottura di pietre calcaree. Sì, si tratta proprio di scaldare le pietre ad altissimo calore, in modo che si scompongano in fini particelle. La pietra che troviamo sui Denti della Vecchia si chiama dolomia. La dolomia è infatti una roccia calcarea che ha subito un processo di dolomitizzazione. Circa 220 milioni di anni fa, le rocce che adesso stanno sui Denti della Vecchia erano il fondo del mare. Il minerale principale che forma questa roccia si chiama calcite. Il calcare si forma sedimentandosi nel mare e proviene prevalentemente dal deposito dei gusci, delle conchiglie o degli scheletri degli organismi. Rispetto al calcare la dolomia è più rigida e molto meno solubile e tende a frantumarsi in frammenti molto angolosi. Si disgrega facilmente ed è così che i Denti della Vecchia hanno il profilo frastagliato che fa pensare a dei denti consumati.

Dove vengono cotte le pietre?
In un enorme buca, scavata nella terra e rinforzata nelle pareti coi sassi, chiamata fornace. Lungo tutto il pendio dei Denti della Vecchia, dove abbondano le rocce calcaree, sono state costruite queste fornaci, alcune le si possono vedere ancora oggi. Più vicine erano al materiale, meno bisognava ingegnarsi per il trasporto dei sassi da cuocere.

Come è fatta una fornace?
Quelle che si possono vedere nei pendii sotto ai Denti della Vecchia, sono state scavate direttamente nel terreno. Come dei buchi, che però venivano chiusi a valle da una muratura nella quale si inseriva la porta del forno, da dove veniva caricata la legna. Questa si trovava naturalmente a filo del terreno. Le pareti del buco venivano poi rinforzate con sassi solidi, se possibile di granito. Sopra al vano dove viene acceso il fuoco, si preparava una volta fatta con le stesse pietre calcaree. Sopra a questa si appoggiavano tutti i sassi, pezzi di circa 6 o 7 chili, fino a raggiungere il livello del terreno a monte. Bisognava lasciare dei piccoli spazi tra un sasso e l’altro, in modo che il calore potesse raggiungere in maniera uniforme tutta la pigna.



Come funzionava la cottura?
Era un’operazione che durava addirittura alcuni giorni. Bisognava prima scaldare gradualmente il forno in modo che il calore si sviluppasse dappertutto in modo omogeneo. Poi si teneva la temperatura a circa 1000 gradi per tre o quattro giorni. A quelle temperature la pietra si spacca, riducendosi progressivamente in piccoli pezzettini. Quando il colore delle pietre diventava di un bianco quasi abbagliante e la fiamma che usciva dall’alto non produceva più fumo, allora si riduceva gradualmente il fuoco, fino a spegnerlo. A quel punto bisognava ancora aspettare qualche giorno perché la calce si raffreddasse. Il prodotto così ottenuto veniva chiamato calce viva.

A questo punto la calce è pronta?
No, la calce viva deve essere ancora trasformata. Veniva messa in una vasca dove si aggiungeva una determinata quantità d’acqua (il processo viene detto: “spegnere la calce”). È un processo molto delicato, che richiedeva una grande esperienza perché bisognava saper mettere la giusta parte d’acqua. Il prodotto finale è un impasto che restava ancora parzialmente liquido. La calce spenta veniva fatta colare direttamente dalla vasca in una fossa, filtrandola per togliere i pezzettini di sasso rimasti duri. Una volta rassodata veniva ricoperta con 50 cm di sabbia e rimaneva qui depositata. All’occasione si poteva rimuovere lo strato di protezione e prendere la calce spenta per poi utilizzarla secondo il bisogno.

Dove si possono ancora vedere le fornaci?
Quelle illustrate nelle immagini si trovano sui monti di Còla, in territorio di Villa Luganese. Sono raggiungibili a piedi in pochi minuti partendo dal campo di calcio di Villa Luganese. Anche in Val Colla, a Cimadera, in zona detta Canvini, un tempo erano menzionate alcune fornaci per la calce.

 
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